La grande sfida del rilancio post Covid per le piccole e medie imprese

10-01-2022

Team CEDEC

L’emergenza sanitaria da Covid-19 che ha colpito il mondo ha causato una tra le più grandi crisi economiche che il mondo abbia dovuto affrontare in era moderna: per le persone, per le grandi imprese, ma anche per il comparto delle piccole e medie imprese italiane, ovvero il segmento industriale prevalente nel nostro tessuto economico-imprenditoriale.

Le piccole e medie imprese hanno dovuto fronteggiare diverse ricadute economiche e strutturali, partendo da situazioni di liquidità e patrimonializzazione non adeguate.

Ma da qualche tempo sono ripartite, seppur non ancora raggiungendo i livelli sperati. Manca ancora qualche passo, ma la consapevolezza generale di dover lavorare e insistere almeno su tre ambiti principali: accrescere le proprie capacità innovative, lavorare maggiormente sull’internazionalizzazione e la diversificazione e infine rafforzare la dimensione aziendale. Da qui parte la grande sfida per il rilancio post Covid delle PMI italiane.

Accrescere la capacità di innovare come primo obiettivo di rilancio nel “new normal”

Le piccole e medie imprese italiane hanno compreso che per raggiungere standard di competitività elevati è necessario intervenire sul proprio modello di business, adeguando le strategie aziendali in termini di crescita e sviluppo del business, e di conseguenza, rivedendo i propri modelli operativi.
Da un recente studio svolto in Italia sul comparto, almeno sei piccole e medie imprese su dieci intendono ricercare nel new normal nuovi bacini di clientela, ossia evolvere la propria offerta sul mercato e adeguare di conseguenza, e in modo coerente, il loro modello operativo.

La maggior parte delle piccole e medie imprese ritiene, in uscita dai lockdown e dalle limitazioni, di rendere lo smart-working per i propri dipendenti una costante organizzativa e non più solo un elemento necessario per gestire l’emergenza. Allo stesso modo è cresciuta notevolmente, in queste imprese, la necessità di aumentare la digitalizzazione, ritenuta fondamentale per gestire i propri processi e i canali di interazione con clienti e fornitori, ma anche per ottimizzare il lavoro interno in azienda. Secondo un recentissimo studio Unioncamere, questa tendenza risulta ancora più evidente tra le piccole e medie imprese che operano in settori con modelli operativi più tradizionali. L’elemento dell’innovazione tecnologica diventa centrale nello sviluppo di impresa.

L’innovazione tecnologica  e digitale per tornare ai livelli di produttività pre Covid

Stando ai dati che emergono dal dossier Unioncamere 2021, il 70% delle micro e piccole imprese che ha avviato la svolta digital ritiene di poter raggiungere i livelli di produttività pre-Covid già nel 2022, allineandosi così alla quota di medio-grandi imprese che hanno la medesima previsione. Le imprese familiari invece, che sono quelle che più di altre hanno risentito dei riflessi negativi della crisi pandemica sono meno ottimiste e soltanto sei su dieci confidano in un recupero entro il 2022. Il dato confortante, tuttavia, è che la quota di esse che ha investito nel digitale si attesta intorno al 70%.

Volendo estrapolare un dato regionale, non tutta l’Italia segue tuttavia di pari passo il trend: il Trentino-Alto Adige svetta in cima alla classifica nazionale per livelli di digitalizzazione delle piccole e medie imprese, raggiungendo un livello di digitalizzazione di 2,31 su un punteggio massimo di 4, mentre la media nazionale si attesta al 2,03. Al Trentino seguono la Lombardia (2,16) e l’Emilia-Romagna (2,14).
Le regioni del Sud, in particolare Sicilia (livello di digitalizzazione di 1,84) e Calabria (1,92) sono in fondo alla graduatoria per maturità digitale delle piccole e medie imprese.

Esportazioni (internazionalizzazione) e una corretta dimensione patrimoniale come motori di rilancio

L’internazionalizzazione delle imprese viene, a ragione, considerata uno dei principali fattori di crescita per le piccole e medie imprese, al pari dell’aumento della produttività e dell’efficienza operativa. Un dato che non vale solo per le imprese estere, ma che è confermato anche in Italia, specie per quanto riguarda la forte crescita dell’export delle piccole e medie imprese. Nel periodo pre covid, ossia nel quadriennio 2014-2018, il tasso anno di crescita di questo indice si attestava sul +2,5% annuo. Nonostante l’impatto della pandemia, e il conseguente rallentamento che ne è derivato, l’internazionalizzazione resta, per le piccole medie imprese italiane, uno dei principali driver di crescita in questo periodo di ripartenza.

Praticamente un’azienda su due, secondo recenti sondaggi, vede proprio nei mercati esteri l’occasione ideale per ritornare ai livelli di operatività pre-Covid. Tuttavia serve un terzo elemento, per garantire i precedenti: rafforzare la componente patrimoniale.

Se la liquidità aziendale sostenta le imprese nelle gestioni operative e di cassa, per garantire una crescita sostenibile non può che intervenire la componente patrimoniale. Possedere una corretta dimensione è un elemento chiave per colmare i gap di produttività delle piccole e medie imprese italiane e per assicurare il pieno recuperò dell’efficienza.

 

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